Torna indietro

La Compassione e la Self Compassion

La compassione è un sentimento complesso che coinvolge cognizione, affetti e azioni. Risalire alle sue radici etimologiche ci aiuta a definirne i contorni. Nella lingua latina è “cum patior” (soffro con), in quella greca “sym patheia” (simpatia, provare emozioni con…), in ebraico il termine usato per compassione è “rahamim” e fa riferimento letteralmente all’utero, ricordando l’amore viscerale della madre per il figlio. La filosofa Martha Nussbaum sottolinea a proposito della compassione, la necessità di riconoscere la sofferenza come parte dell’umanità e della vita, di mettersi in ascolto in modo empatico di sentimenti ostili senza giudicarli né combatterli e di prendere decisioni ritenute opportune per alleviare la sofferenza. “Un’emozione dolorosa provocata dalla coscienza della sventura immeritata toccata a un’altra persona, dove la consapevolezza della sofferenza è seguita dall’azione che assume forme affettive, cognitive, morali e comportamentali” (Nussbaum 2004).

L’essere umano è compassionevole ci ricorda il Dalai Lama: “La natura fondamentale dell’essere umano è la compassione: non la proviamo forse quando ci abbracciamo e amiamo? Quando riceviamo affetto siamo felici, e quando proviamo emozioni distruttive, come il forte odio, la rabbia, la paura, l’avversione, esse sono di grande danno anche al nostro sistema immunitario. Questo allora deve essere il nostro impegno: coltivare la nostra natura umana compassionevole”. (Dalai Lama 2015)

Gilbert, (2014) la definisce come “la sensibilità alla sofferenza di se stessi e degli altri, associata all’impegno a provare a alleviarla e a prevenirla”. Qual’è allora l’origine della compassione, è un istinto o un costrutto sociale e soprattutto è possibile imparare a praticarla?

La compassione non rappresenta soltanto una virtù morale, “La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità” (Dostoevskij, 1869), per la biologia evoluzionistica è una strategia che ha favorito la sopravvivenza e la riproduzione della specie esattamente come lo sono l’interesse personale competitivo, la cooperazione o la sessualità. Emerge in stretta connessione alla motivazione della cura, proviamo a fare Nel mondo animale gli studi di McGhee e Bell del 2014 avevano evidenziato come la scelta da parte delle femmine di spinarello nell’accoppiamento, si orientava verso la scelta di maschi “compassionevoli”, capaci di offrire assistenza alla prole, difendendo il nido dai predatori, ventilandolo con le pinne pettorali per fornire ossigeno fresco agli embrioni e, una volta schiusi, recuperando gli avannotti che si allontanano dal nido. Cura e compassione quindi non sono quindi espressione esclusiva della funzione materna, anche se nei mammiferi le cure parentali arrivano principalmente da esse. soprattutto per quanto riguarda i comportamenti di cura evoluti come la toelettatura.

Lo studio di Rusty Gage del Salk Institute di San Diego in California, relativo all’effetto delle cure materne sullo sviluppo del cervello nei topi, ha confermato che i cuccioli allevati da madri che potremmo definire “ad alto contatto”, cioè che passavano più tempo a leccarli, pulirli, spulciarli e a prendersi fisicamente cura di loro, avevano un numero minore di trasposoni (frammenti di DNA capaci di replicarsi in modo autonomo, saltando da una posizione all’altra del genoma) nei neuroni dell’ippocampo. Le esperienze a cui i topolini sono sottoposti nelle primissime settimane di vita hanno un’influenza diretta sull’organizzazione del genoma di una porzione del loro cervello. Da adulti, i topi accuditi invece “a basso contatto” risultavano più ansiosi. Ciò suggerisce una relazione causale tra stato epigenomico ed effetto materno sulla capacità di regolare lo stress nella prole. Precedentemente gli studi sui primati avevano evidenziato che il grado di contatto tra madre e neonato possono avere conseguenze comportamentali e neurobiologiche durature.

La deprivazione materna, ottenuta tramite l’allevamento in “asilo nido”, ha un profondo impatto sullo sviluppo dei macachi rhesus, che porta a interruzioni nel comportamento sociale, iperattività e sensibilità agli stress.(Harlow, 1965), I macachi allevati dai coetanei senza il contatto diretto con la madre, mostrano interruzioni a lungo termine del comportamento, della risposta neuroendocrina allo stress e dello sviluppo cerebrale. (Suomi, 1991). Interazioni precoci tra madre e neonato nei mammiferi hanno evidenziato l’importanza del contatto tattile nel processo di modifica della metilazione del DNA, indicazioni in linea con i correlati epigenetici del contatto neonatale negli esseri umani. S.R. Moore (2017) conferma l’esistenza di differenze significative nei livelli di regolazione epigenetica del DNA di bambini di 4 anni che da neonati erano stati molto coccolati (presi in braccio, accarezzati, massaggiati) rispetto a coetanei che non avevano ricevuto lo stesso tipo di accudimento. Atteggiamenti compassionevoli sono più frequenti se in presenza di neurotrasmettitori regolatori dell’umore, come l’ossitocina, la vasopressina e la prolattina.

A loro volta, in una sorta di circolo virtuoso, favoriscono la predisposizione a tali atteggiamenti: “La somministrazione di ossitocina alle madri ha aumentato l’attivazione delle reti relative all’empatia, ha ridotto l’attivazione dell’amigdala in risposta al pianto del bambino”. (Cozolino 2008) Aumentano il linguaggio compassionevole, il tocco affettuoso e un tipo di vocalizzazione orientata alle relazioni interpersonali chiamato “maternese”. La compassione può essere considerata quindi l’espressione del sistema di cura esteso che è emerso da antiche motivazioni per rispondere ai bisogni della prole dipendente. Studi di neuroimaging, utilizzati per indagare le differenze tra compassione ed empatia, hanno evidenziato che la rete cerebrale correlata alla compassione differisce dalle reti implicate nell’empatia per il dolore.

Per confrontare se la plasticità coinvolta nell’addestramento all’empatia differisce dalla plasticità coinvolta nell’addestramento alla compassione, è stato condotto uno studio longitudinale in cui i partecipanti si sono impegnati prima nell’addestramento all’empatia e successivamente alla compassione Diversi giorni di addestramento all’empatia hanno portato a un aumento di attivazione nell’insula e nella corteccia cingolata media anteriore. L’addestramento alla compassione ha portato invece ad un aumento dell’attività nella corteccia orbitofrontale mediale e nello striato ventrale. (Cantante T e Klimecki O.M., 2014) Questi risultati sottolineano l’importante distinzione tra empatia e compassione, sia a livello psicologico che neurologico. Se l’empatia ci permette di entrare in risonanza con i sentimenti positivi e negativi degli altri (provare con…), la compassione è caratterizzata da sentimenti di calore, preoccupazione e cura per l’altro, nonché da una forte motivazione a migliorare il benessere dell’altro (provare per…).

Porges ha collegato la compassione alla funzione del nervo vago (il nervo cranico più lungo, che innerva ampiamente l’intero corpo, incluso il viso, l’apparato vocale, il cuore e il tratto digerente). Il tono vagale gioca un ruolo importante nella capacità delle persone sia di essere premurose che di rispondere alla funzione dell’accudimento. Un basso indice di HRV (variabilità della frequenza cardiaca) del tono vagale è associato ad uno stato di insicurezza percepita e di conseguenza una minor capacità di provare compassione. Per allenare emozioni sociali come la compassione, la recente ricerca psicologica ha fatto sempre più uso di tecniche legate alla meditazione per promuovere sentimenti di benevolenza e gentilezza. La tecnica più ampiamente utilizzata è chiamata “allenamento alla gentilezza amorevole”, diverse settimane di regolare formazione alla compassione hanno favorito l’aumento di emozioni positive, un impatto benefico nella vita di tutti i giorni ed una magigor predisposizione all’altruismo e alla generosità.

(Fredrickson B.L., 2008) Interventi terapeutici e preventivi che mirano a sviluppare le capacità compassionevoli attraverso protocolli e training di self-compassion, possono: – influenzare l’espressione genica, che rappresenta la base fondamentale dei processi patogenetici delle malattie, soprattutto di quelle cronico-degenerative correlate alla cattive abitudini e agli stili di vita, (Fredrickson et al., 2013) – stimolare con una maggiore variabilità delle frequenza cardiaca, (Rockliff, Gilbert, McEwan, Lightman e Glover, 2008) – indurre l’attivazione delle aree della corteccia prefrontale, (Klimecki, Leiberg, Ricard e Singer, 2014; Weng et al., 2014) – migliorare la regolazione delle emozioni, ( Keltner, Kogan, Piff, & Saturn, 2014) – promuovere le relazioni interpersonali e il funzionamento sociale.

(Crocker & Canevello, 2012) In particolare La Compassion Focused Therapy (CFT), o Terapia Basata sulla Compassione, sviluppata da Paul Gilbert, professore di psicologia presso l’Università di Derby nel Regno Unito, è un approccio psicoterapeutico di recente diffusione che fa parte delle Psicoterapie Cognitivo Comportamentali mindfulness-based, ovvero della cosiddetta terza generazione della CBT.

Ghesce Thupten Jinpa, che alla Stanford University ha elaborato il programma Stanford Compassion Cultivation Training, individua quattro componenti della compassione: – una consapevolezza della sofferenza (componente cognitiva); – la preoccupazione empatica correlata a essere emotivamente commosso dalla sofferenza percepita (componente affettiva); – il desiderio di vedere il sollievo di quella sofferenza (componente intenzionale);
– la reattività o prontezza a mettersi in moto per aiutare e alleviare quella sofferenza: la componente motivazionale. Straus individua cinque componenti della compassione:
– capacità di riconoscimento la sofferenza;
– comprensione della sua universalità;
– risonanza emotiva, saper provare simpatia, empatia o preoccupazione per coloro che soffrono;
– saper tollerare la sofferenza altrui associata nella sua manifestazione e testimonianza;
– motivazione ad agire per alleviare la sofferenza. Kristin Neff una delle prime ricercatrici in tale ambito, definisce nel 2003 l’auto
– compassione come la capacità di offrire gentilezza al proprio dolore, comprendendolo ed affrontandolo con azioni di sostegno.

Tre componenti ne fanno parte:
– la gentilezza verso se stessi (Self-kindness);
– l’esperienza comune (Common Humanity),
– la consapevolezza (Mindfulness),

Sono misurabili attraverso la Self Compassion Scale (SCS) che serve a rilevare anche le controparti da lei definite negative:
– autocritiva vs gentilezza per se stessi,
– isolamento vs esperienza umana condivisa,
– identificazione eccessiva vs consapevolezza.

Entrando nello specifico della teoria della Self-compassion, l’intervento del terapeuta è volto ad osservare, valutare ed intervenire sullo sbilanciamento dei tre sistemi di regolazione emotiva presenti nel nostro cervello:
– sistema della connessione e sicurezza, (zona verde) guidato dal sistema parasimpatico e dal sistema centrale endorfinico, ha una funzione calmante e contemplativa. Sono presenti nei comportamenti di attaccamento e cura tipici dei caregiver mammiferi,
– sistema di protezione della minaccia, (zona rossa), guidato dal sistema limbico si attiva attraverso le tre risposte tipiche alla minaccia: lotta, fuga, congelamento,
– sistema della ricerca di stimoli e risorse (zona blu).

Guidato dal sistema simpatico attraverso il circuito della ricompensa della dopamina, si motiva e si attiva per il raggiungimento di un particolare obiettivo. La compassione non è un processo unico, ma un processo multiforme, in cui le persone possono essere brave in alcuni aspetti e competenze della compassione, ma non in altri. La compassione come premura si è evoluta per concentrarsi sui rapporti di parentela o reciproci, ma allenando la mente possiamo estenderla a noi stessi attraverso lo sviluppo di un’identità compassionevole.

Sperimentata inizialmente con gli adulti di cui abbiamo abbiamo un maggior numero di evidenze cliniche circa l’efficacia del metodo, La Compassion Focused Therapy è stata poi indirizzata al trattamento degli adolescenti nel 2013 da L. Hobbs e K. Bluth che hanno previsto un programma di otto settimane con sessioni di circa 105 minuti. Il programma prevede l’alternarsi di meditazioni, pratiche corporee, esercizi di consapevolezza, attività concettuali e anche artistiche seguite dal processo di “inquiry” (richiesta, investigazione). Attraverso domande di specificazione e approfondimento, il conduttore aiuta l’allievo a riflettere sulla propria esperienza. L’approccio della self-compassion con gli adolescenti, mira innanzi tutto a rendere stabile la loro autostima. I ragazzi di oggi sono molto bisognosi di approvazione sociale. Scrive Matteo Lancini infatti che si è assistito negli ultimi anni ad una trasformazione dell’adolescenza dall’età edipica, in cui prevaleva la necessità di realizzare se stessi e di destituire il valore simbolico dell’adulto, all’età narcisistica. Mentre in passato il problema centrale degli adolescenti era caratterizzato dal conflitto con gli adulti, oggi il problema è legato ad aspetti come la bellezza, al riconoscimento sociale. (Lancini M., 2023) Di conseguenza l’autostima di un adolescente è sempre più sotto il ricatto dell’approvazione sociale e al falso mito della perfezione. Un’altra difficoltà in cui inciampano, nasce dal fatto che sono inclini a credere che le difficoltà che incontrano stiano capitando unicamente a loro, rendendoli diversi e lontano dagli altri coetanei. Scrive C.Neff “in assenza di tigri dai denti a sciabola, sono le minacce interne che fanno scattare la zona rossa nei ragazzi, minacciando la loro identità corporea, psicologica, sociale. Infatti i giovani capaci di self-compassion sono emotivamente resilienti, imparano dai propri errori, mostano minori problematiche per quanto riguarda la regolazione delle emozioni, si riprendono dalle avversità più rapidamente”.

La self-compassion allora come invito a trattare noi stessi con la stessa gentilezza e comprensione con cui tratteremmo un buon amico, per quanto possano amarci la nostra famiglia e i nostri amici soltanto noi possiamo fornire la gentilezza e la comprensione di cui necessitiamo, esattamente quando e come ne abbiamo bisogno. Nel lavoro con gli adolescenti i terapeuti possono incontrare il fenomeno del backdraft (fiammata di ritorno), durante la pratica possono emergere emozioni spiacevoli e intense. Anche un contesto sicuro e amorevole non ne è esente scrive Cristopher Germen, si possono attivare vissuti di rifiuto e di non accettazione, in particolare nei ragazzi che si portano dentro sentimenti di inutilità e vergogna. Comportamenti come: rifiuto a partecipare, rabbia dirompente, irrigidimento, ipercritica rivolta a se stessi e agli altri, ma anche tendenza ad addormentarsi continuamente, possono essere lette come reazioni istintive al backdraft. Compito dell’adulto è quello di aiutare a prenderne consapevolezza e riattivare quella che abbiamo descritto precedentemente come (zona verde) riportandoli in uno stato di sicurezza e protezione.

E’ importante non trascurare e aiutarli ad allenare tutti e tre i pilastri per l’integrazione della mente o “mindsight”: la presenza mentale, la piena consapevolezza, la compassione e la gentilezza. (D. Siegel 2009)

Bach, JM, & Guse, T. (2014). L’effetto della contemplazione e della meditazione sulla “grande compassione” sul benessere psicologico degli adolescenti. The Journal of Positive Psychology

Cozolino L., (2008). Il cervello sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Raffaello Cortina, Milano

Crocker J., Canevello A., (2012). Conseguenze dell’immagine di sé e degli obiettivi compassionevoli, Progressi nella psicologia sociale sperimentale Vol. 45

– Dalai Lama, Kabat-Zinn J., Davidson R. J., (2015). La meditazione come medicina, Mondadori, MIlano

Di Bello M., Carnevali L., Petrocchi N., Thayer JF, Gilbert P., Ottaviani C., (2020). Il vago compassionevole: una meta-analisi sulla connessione tra compassione e variabilità della frequenza cardiaca. Neuroscience & Biobehavioral Reviews

Fredrickson, BL, Cohn, MA, Coffey, KA, Pek, J., & Finkel, SM (2008). Cuori aperti costruiscono vite: emozioni positive, indotte attraverso la meditazione della gentilezza amorevole, costruiscono risorse personali consequenziali. Journal of Personality and Social Psychology

Fredrickson, B. L., Grewen, K. M., Coffey, K. A., Algoe, S. B., Firestine, A. M., Arevalo, J. M. G., Cole, S. W. (2013). A functional genomic perspective on human well-being. Proceedings of the National Academy of Sciences

Gilbert P., Petrocchi N., (2016). La terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive, Franco Angeli, Milano

Hob L., Tamura N., (2022). Insegnare la self-compassion agli adolescenti, Franco Angeli, Milano

Keltner, D., Kogan, A., Piff, P. K., & Saturn, S. R. (2014). The sociocultural appraisals, values, and emotions (SAVE) framework of prosociality: Core processes from gene to meme. Annual Review of Psychology

Klimecki, O. M., Leiberg, S., Ricard, M., & Singer, T. (2014). Differential pattern of functional brain plasticity after compassion and empathy training. Social Cognitive & Affective Neuroscience

Jinpa T., (2023) Lama Tsongkhapa. La vita di un Buddha nel Paese delle Nevi, Sentieri Ubiliber Lancini M., (2023). Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta, Raffaello Cortina, Milano

Lancini, M., (2021). L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti, Raffaello Cortina, Milano

Moore SR, McEwen LM, Quirt J, et al. (2017). Correlati epigenetici del contatto neonatale negli esseri umani, Sviluppo e psicopatologia

Neff, K.D., (2003). Sviluppo e convalida di una scala per misurare l’autocompassione. Sé e identità

Nussband M. C., (2004). L’ intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna

Porges S., (2018). La guida alla teoria polivagale. Il potere trasformativo della sensazione di sicurezza, Giovanni Fioriti Editore

Rockliff, H., Gilbert, P., McEwan, K., Lightman, S., & Glover, D. (2008). A pilot exploration of heart rate variability and salivary cortisol responses to compassion-focused imagery. Journal of Clinical Neuropsychiatry

Siegel D. J., (2009). Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina Editore, Milano

Singer T, Klimecki O M., Empatia e compassione. Current Biology 2014

Strauss, C., Taylor, B. L., Gu, J., Kuyken, W., Baer, R., Jones, F., & Cavanagh, K. (2016).

What is compassion and how can we measure it? A review of definitions and measures. Clinical Psychology Review

Suomi, (1991). Vedi terzo capitolo del testo Plasticità dello sviluppo: Scimmie tese e rilassate: differenze individuali nella risposta alle sfide sociali, collezione speciale CogNet

Torna in alto